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Dom 05 Settembre 2010 @16:00 Concerto
- Crema. casa di riposo
gospel
Breve storia della musica gospel PDF Stampa E-mail

Durante i secoli XVII e XVIII, quando i Neri dal continente africano furono portati in schiavitù al di là dell'Atlantico, a lavorare nelle piantagioni di cotone degli Stati Uniti meridionali, la loro musica li accompagnava spesso durante il giorno e, per alleviare la fatica, nacquero i "plantation songs" (canti della piantagione) da cui derivarono i "work songs" (canti di lavoro) e i "calls" (richiami) canti che servivano anche a comunicare tra loro. Quando - in seguito - predicatori battisti e metodisti venuti dall'Europa li convertirono al Cristianesimo, essi cominciarono a cantare canti religiosi, chiamati Spirituals, derivati, appunto, dagli inni inglesi ai quali essi aggiunsero i ritmi e i colori africani. Gospel significa "Vangelo" e da qui è derivata l'accezione classica di "Canti del Vangelo".

Il termine Spiritual acquista una marcata caratterizzazione nera solo dal XIX secolo. Prima di allora designava gli inni sacri dei coloni metodisti del New England. Le prime monodie religiose degli schiavi risalgono invece agli inizi del XVIII secolo, quando l'approccio dei neri al Cristianesimo avveniva ancora in forma clandestina, perché proibito dai loro padroni. Quei canti erano, tutto sommato, una rielaborazione in chiave cristiana della musica rituale africana. Venivano indicati come "limini hymns" e si basavano sulla struttura antifonale di chiamata e risposta che avrebbe influenzato tutta la tradizione musicale afroamericana. Lo schema interpretativo che seguivano era suggestivo ma fisso. Un leader pronunciava ad alta voce una frase, generalmente tratta dalle Sacre Scritture, mentre il coro la ripeteva subito dopo, riproducendo la stessa intonazione e le medesime inflessioni della voce guida.

"Ring shouts", "shuffle rings", "shuffle shouts" erano, infatti, balli religiosi che i fedeli delle chiese nere danzavano tutti in circolo, tenendosi per mano, ascoltando le melodie ritmate del coro. Il battito delle mani, dei piedi, l'uso di tamburelli e percussioni forniva all'insieme musicale una pulsazione variegata e intensissima, tipica della poliritmia africana.

All'inizio del XX secolo, il patrimonio dei canti religiosi afroamericani inizia ad essere raccolto e studiato. Viene depurato dalla rozzezza degli africanismi residui, riarrangiato, armonizzato e riproposto in modelli assai adulcorati da grandi complessi vocali neri.

Alcuni elementi liturgici afrocristiani, ma soprattutto l'uso di tamburi e percussioni, l'impiego di cori polifonici scatenati sui ritmi più incandescenti della tradizione nera, si unirono ai primi del secolo alle nascenti forme del jazz. La musica sanctified assimila la strumentazione, i ritmi, spesso anche le atmosfere di vitalità sfrenata caratteristiche del primo jazz. Sono però le voci che risuonano nelle chiese nere ad ispirare le prime strumentazioni e i primi arrangiamenti dei jazzisti, che guardano ancora alla famiglia degli spirituals per i riff e i break della loro musica.

Fonte: musire.it